Il Mosaico moderno

Dal medioevo al '800

Il Mosaico in Italia

A Venezia e Roma si concentrano le maestranze dedicate all’arte musiva

Medioevo

Dal Medioevo, inizio del declino del mosaico, all’Ottocento, ripresa e ritorno in auge di quest’arte, il mosaico non viene dimenticato, non si perde la conoscenza e la capacità tecnica, semplicemente viene messo da parte, cambia il suo significato.

Le arti di riferimento sono la pittura e la scultura, il mosaico è visto e utilizzato come strumento di dimostrazione delle abilità artistiche del creatore e per “eternare” l’opera, essendo la pietra incorruttibile rispetto al legno, tela e carta, per citare solo alcuni dei materiali più utilizzati nella pittura.

Non mancano le testimonianze in questo periodo storico, tra tutte quella di Domenico Ghirlandaio (1449-1494), riportata da Giorgio Vasari nel 1550, riveste un ruolo particolare: “Usava dire Domenico, la pittura essere il disegno e la vera pittura per la eternità essere il musaico”. Lo stesso Vasari loda i mosaicisti che con la loro arte riescono ad ingannare lo spettatore e numerosi erano anche gli artisti che fornivano i cartoni dai quali ricavare le opere musive, tra questi vanno ricordati: Mantegna, Tiziano, Tintoretto e Veronese; in altre occasioni si procedeva invece con la riproduzione direttamente dal dipinto.

Domenico e Davide Ghirlandaio

Due sono le città in cui maggiormente si concentrano le maestranze: Venezia e Roma.

Venezia

Venezia è nota per i suoi mosaici e qui la tecnica non conobbe mai declino, d’altronde bisognava curare la Basilica di San Marco e ogni nuovo intervento doveva integrarsi con il contesto, soprattutto quando si compivano interventi importanti. Così avvenne nel 1430 data della costruzione della Cappella Nova, ma nota con la denominazione di Cappella della Madonna dei Mascoli e decorata a mosaico nel 1449 da Michele Bono detto Giambono (1400-1462).

Michele Giambono

Roma

A Roma si diffonde la moda dei finti mosaici affrescati (vedi Pinturicchio nella stanza della Fonana di Palazzo Colonna). Ma sempre a Roma si trova un esempio importante di mosaico rinascimentale, si tratta del “Gesù benedicente attorniato dagli evangelisti” nella cappella di Sant’Elena nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, eseguita da Melozzo da Forlì (1438-1494) nel 1489, e terminato da Baldassare Peruzzi (1481-1536). La critica è propensa a ritenere l’opera un rifacimento di un mosaico antico risalente al periodo dell’imperatore romano d’Occidente Valentiniano III (425-455) giustificando quindi gli evidenti influssi bizantineggianti.

Un ruolo importante per la ripresa del mosaico ebbe papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585) che istituì un laboratorio di mosaico con lo scopo di dare inizio alla decorazione della nuova Basilica di San Pietro (da questi primi artisti mosaicisti prese forma lo “Studio del Mosaico Vaticano” così nominato dal 1727 quando venne trasformato in istituzione permanente). Al fine di decorare la cupola della Cappella Gregoriana (1578), così nominata in suo onore, in fine mosaico fece chiamare a Roma di migliori maestri veneziani affinché potessero trasmettere le loro conoscenze agli allievi romani.

Visto il successo si decise di ampliare il progetto iniziale decorando per prima la grande cupola michelangiolesca (1598-1606) e successivamente rivestendo tutte le altre cupole della Basilica. Terminato il lavoro si proseguì, nel Settecento, con la riproduzione di tutte le pale d’altare presenti all’interno dell’edificio sacro. Questa operazione necessitava sicuramente di mosaicisti esperti e con una certa sensibilità artistica, ma richiedeva anche un avanzamento tecnologico per quanto riguardava i materiali e la ricerca di una maggiore gamma di sfumature per permettere una maggiore verosimiglianza con l’arte pittorica. Così nel 1731 venne costruita una fornace all’interno del Vaticano che arrivò a produrre circa 28.000 smalti con tonalità di colore differente.

Melozzo da Forlì